Ripongo l’ultimo libro di Roth, Nemesi. Ancora un libro breve, 180 pagine che si leggono in un giorno, basta la complicità sferragliante di un viaggio in treno.
E’ il Roth recente, quello delle domande cruciali sparate in faccia.
Cosa resta dell’idea di un dio onnipotente e benevolo quando la morte arriva e si abbatte all’improvviso sui più innocenti, su quelli che non hanno colpa?
Quale può essere il senso di ogni esistenza, di fronte allo scandalo dell’irreparabile che puo’ giungere in un attimo, inaspettato, improvviso, silenzioso?
Cosa significa vivere un’esistenza con dignità?
Mi verrebbe da dire che “Nemesi” è un tipico libro di Roth. Bellissimo, quindi. Come sempre, con una prima parte talmente intensa da risultare quasi intollerabile. Con un successivo sviluppo affrettato e un finale che lascia con un senso di incompiuto negli occhi. C’è persino la voce narrante che si prende la briga di tracciare una specie di spiegazione, di morale o contromorale, in pagine probabilmente inutili. Un marchio di fabbrica, direi. Come se l’autore avesse dato tutto in quell’inizio monumentale, enorme.
Bucky Cantor è un personaggio indimenticabile, tratteggiato in maniera sublime. Ho pensato a Martin Eden. La Newark equatoriale stremata dal sole e straziata dal male delle prime 90 pagine è il luogo della letteratura che sa raccontare. Delle parole che sanno narrare, della carta che ti brucia le dita e ti lascia con gli occhi bagnati. Bucky il giusto e il suo naufragio. La rabbia impotente contro il dio malvagio, depravato, che pure gli afflitti adorano, mentre i loro cari innocenti muoiono nel fiore degli anni, senza un perchè. Bucky che viene meno a se stesso per amore, e non si salva malgrado l’amore.
La domanda, ripetuta. La stessa della pagina più abissale del Gadda della cognizione: Perchè? Perchè?
E poi, ci sono i commenti della stampa italiana. Che raccontano dell’italia moltissimo, senza volerlo.
Come quell’articolo del “Sole 24 ore” o quello di “Repubblica” in cui i giornalisti definiscono Bucky Cantor un personaggio integro ma sostanzialmente poco intelligente. E Roth che risponde “Davvero lo pensa?”.
Perchè Bucky non è poco intelligente. Un italiano, sia pure di Repubblica o del Sole, può trovarlo poco furbo. E dove furbizia significa intelligenza, lì sventola il tricolore.
Mentre ripongo il libro accanto agli altri, riguardo la bella foto della copertina, con il ragazzo dalla maglia a righe che lancia la palla nel mezzo di un bianco abbacinante. Una traiettoria congelata per sempre in un punto. Il braccio alzato nel gesto del lancio. Verso chi guarda. E la palla che non arriva, che non afferreremo, che resta lì, a riempire almeno un piccolo punto di quel bianco insensato che ci sovrasta.
Prendo il libro, lo ripongo tra quelli che amo.