
Greek girl in coffee shop, July 1950
Ieri i consueti fuochi d’artificio a Bassano. Sul microdivanetto di vimini del nanoterrazzino stringo la macchina fotografica, tanto tutti i libri di fotografia dicono che i fuochi d’artificio sono facili da immortalare. Sara’. Forse sara’ che non amo i manuali di fotografia, pero’ lo scatto che preferisco e’ l’unico che faccio, alla fine, quando decido di mandare a quel paese le indicazioni lette e faccio di testa mia. Il taglio della foto e’ sbagliato, ma il motivo grafico colto all’istante mi piace, e questo mi basta.
Capita talvolta di girare a caso per posti di campagna e di imbattersi in qualcosa che cambia la prospettiva della tua giornata. A me e’ successo oggi pomeriggio. Lungo la strada, dolcissima, che da Bassano porta ad Asolo, girando sulla destra, si finisce in un paesotto chiamato Altivole.
Li’ ci si imbatte in un cartello marrone che segnala la presenza del complesso funebre Brion, opera di Carlo Scarpa.
Di architettura ne sono come di calcio, pero’ amo Venezia, dunque Scarpa lo conosco.
Seguo la strada e arrivo al piccolo cimitero. E li’ scopro che si trova il capolavoro di Scarpa, non a caso il luogo in cui egli stesso riposa. I coniugi Brion sono quelli della Brionvega, chi e’ sulla quarantina ricorda di sicuro il marchio (e il televisore tondo). Il complesso monumentale e’ sorprendente. Dappertutto l’uso di calcestruzzo nudo, grezzo, quasi respingente. Eppure il complesso ha una sua misteriosa solennita’. I coniugi Brion riposano sotto un grande arco, i sarcofagi protesi l’uno verso l’altro. Ci sono simboli a non finire. Uno stagno di ninfee, un pergolato. Un corridoio con due fedi nuziali incrociate. In un angolo, defilata, la tomba di Scarpa, morto in Giappone cadendo da una scala. Assurdo, come incredibile e’ il posto. Tiro fuori la macchina fotografica e scatto qualcosa. Un bimbo assopito in un passeggino, lasciato per qualche istante dai genitori, cade alla congiunzione dei due cerchi nuziali. Scatto in fretta. Risalgo in macchina.
La foto dice tutto. Almeno cosi’ mi pareva nel momento dello scatto.