Nov 27

Mi piacerebbe di me dimenticarmi,
e camminare, e respirare per te,
essere come i ragazzi che quando li prende il sole
si lasciano seminare dove lui vuole,
e mai ritrovarsi, e non più capire di me stesso,
ma essere gioioso dell’aria che mi attira
là dove la vita si pensa vivere.

Franco Loi – Me piasaríss de mí desmentegâss

Nov 24

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.

da Parole Povere di Pierluigi Cappello

Nov 24
The Commons
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Washington, D.C. Government charwoman - Gordon Parks, 1942

Nov 23
The Commons
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Greek girl in coffee shop, July 1950

Nov 20
sonetti ferroviari
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Luci fioche ombreggiano stazioni incustodite
neon balbettanti spingono nel vuoto il vuoto
e soffiano respiro nei contorni bruschi delle nostre vite:
ansie di estasi, abbandoni, mantra pendolari, om e loto.

Caravelle sparse verso mondi inesplorati
vagoni incatenati l’uno all’altro, plastiche sbeccate
dimensioni inaudite, filosofie sublimi, amor fati
apparenze di sollievi prese a nolo e poi pagate a rate.

Capolinea il desiderio sul sedile, affrettandoti alla porta
le chiavi, senti?, pulsano metalliche sul fondo della tasca
Muore il cigolio della frenata e il suo arrestare è ciò che importa

Nulla è più irreale della memoria del tuo prima
un attimo che è stato, luminescenza antica di minuzie
il tuo smarrirti in piedi, e nella cruna ingarbugliata non infilar la cima.

Nov 20
gualtieri
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Ma se non ci fosse il cielo diurno o quello
stellante cielo se. Come bruchi
noi allora, come fiori schiacciati
nei libri.

Nov 19
The Commons
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Unknown from Lincoln Coffee Lounge & Cafe, 1948

Oct 22
Adesso c’è
icon1 paolo | icon2 versi | icon4 10 22nd, 2011| icon3No Comments »

Ci sono gradi differenti dell’assenza
il vuoto sordo delle spalle a sollevarsi ed abbassarsi
le parole che spingono sul ciglio del burrone.
Come nell’acqua di Vigo il fantasma della donna
agita i veli e lentamente si dimena
così balbetto il tuo nome e il mio
nel vuoto che mi inscrive nel suo cerchio.
Io ho paura, penso
ho paura.
E cos’è questo schiacciarsi in testa
un’abbuffata di ricordi (tu)
oppure il desiderio mai sopito (io)
di cancellare, fare spiazzi
disegnare radure e tane,
buche di struzzi
bunker e fughe vane.
E’ la presenza di un’assenza
la crocefissione ferroviaria
il torto ripagato in mente
la notte che prende
una sua biforcazione
e ti accompagna
dentro il tuo sonno inesorabile
lasciandomi a un vegliare isterico
croda di pianura
sete senza l’acqua.

Oct 18

mi appresto a fare cose tipo digitare su di un computer delle stringhe che dovrebbero essere un lavoro. Ma ho impastato la farina con il lievito, e in cucina qualcosa di vivo sta accadendo. Quando l’assurdità dell’intorno si fa cerchio chiuso, perimetro che ti racchiude, solo l’atto di impastare ti permette di forare la guaina, di passare al di là, per un poco. Perchè il pane è cosa viva che lavori con le tue dita e si fa massa elastica, dormiente all’apparenza e poi viva. Perchè quella massa odora di birra e di caldo, ed è poi polpa giallognola che spezzi con le mani e dai ad altri, che la portano dentro di sè. E’ frutto di terra e delle tue dita, è odore di risveglio e promessa di coperta calda. E’ un senso, un’ancora, un frutto. Digito stringhe, ascolto nel silenzio qualcosa che cresce.

Oct 17

Aprendo la scatola della stampante da installare al conoscente, mi sono ferito un dito, solo due gocce di sangue, nulla.
Non è stato come ieri, quando il dito me lo sono ferito con la corda della chitarra. La punta dell’indice, strappando troppo il cantino, penso. Ci si prova, mi ripeto che ci si prova. I giorni sono belli anche con le tasche vuote, i capelli radi e in disordine, le mani inutili. Guardi gli altri e pensi che il loro agire ha un valore stabilito, anche il loro non agire, anche l’agire stupido, mentre il tuo tempo non ha un equivalente in moneta. Forse il tempo ha un sapore diverso, così. Forse la gratuità del tagliarsi le dita strimpellando è qualcosa che vale. Ieri sera mi sono quasi strozzato nel gorgheggio, inseguendo, io così stonato, tim buckley e chissa chi altro.
Un tempo i giovani aspettavano nelle piazze di Londra, Madrid, New York il disco nuovo di Springsteen o Marley. Oggi fanno code la notte per l’iphone. Lo ha scritto Kusturica nel libro bello uscito da poco e letto clandestinamente, a pezzi, senza pagare il dazio. Il tempo è anche questo passare di cose amate, sostituite da oggetti. La punta delle mie dita è callosa, le mani sono rotte. Io non ho valore di mercato, e sono vivo. Le mie dita sono tagliate, ruvide, vive ancora.

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