Finchè quella donna del Rijksmuseum
nel silenzio dipinto e in raccoglimento
giorno dopo giorno versa
il latte dalla brocca nella scodella,
il Mondo non merita
la fine del mondo
Mi piacerebbe di me dimenticarmi,
e camminare, e respirare per te,
essere come i ragazzi che quando li prende il sole
si lasciano seminare dove lui vuole,
e mai ritrovarsi, e non più capire di me stesso,
ma essere gioioso dell’aria che mi attira
là dove la vita si pensa vivere.
Franco Loi – Me piasaríss de mí desmentegâss
…
Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.
E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.
da Parole Povere di Pierluigi Cappello
Luci fioche ombreggiano stazioni incustodite
neon balbettanti spingono nel vuoto il vuoto
e soffiano respiro nei contorni bruschi delle nostre vite:
ansie di estasi, abbandoni, mantra pendolari, om e loto.
Caravelle sparse verso mondi inesplorati
vagoni incatenati l’uno all’altro, plastiche sbeccate
dimensioni inaudite, filosofie sublimi, amor fati
apparenze di sollievi prese a nolo e poi pagate a rate.
Capolinea il desiderio sul sedile, affrettandoti alla porta
le chiavi, senti?, pulsano metalliche sul fondo della tasca
Muore il cigolio della frenata e il suo arrestare è ciò che importa
Nulla è più irreale della memoria del tuo prima
un attimo che è stato, luminescenza antica di minuzie
il tuo smarrirti in piedi, e nella cruna ingarbugliata non infilar la cima.
Ci sono gradi differenti dell’assenza
il vuoto sordo delle spalle a sollevarsi ed abbassarsi
le parole che spingono sul ciglio del burrone.
Come nell’acqua di Vigo il fantasma della donna
agita i veli e lentamente si dimena
così balbetto il tuo nome e il mio
nel vuoto che mi inscrive nel suo cerchio.
Io ho paura, penso
ho paura.
E cos’è questo schiacciarsi in testa
un’abbuffata di ricordi (tu)
oppure il desiderio mai sopito (io)
di cancellare, fare spiazzi
disegnare radure e tane,
buche di struzzi
bunker e fughe vane.
E’ la presenza di un’assenza
la crocefissione ferroviaria
il torto ripagato in mente
la notte che prende
una sua biforcazione
e ti accompagna
dentro il tuo sonno inesorabile
lasciandomi a un vegliare isterico
croda di pianura
sete senza l’acqua.
Quando misuro il silenzio delle tue spalle
accosto il metro delle scapole vive
al desiderio di ciò che è stato ieri
non ne respiro che un’ombra, un’assenza
l’incrocio dei capelli sulla tua macchia calda
Ed il mio corpo vano