Mar 24
italia 150
icon1 paolo | icon2 apolide | icon4 03 24th, 2011| icon3No Comments »

Forse è il caso di dirlo che in tanti sono morti invano, in italia. Quelli del risorgimento sono morti invano. Pisacane avrebbe potuto metter su casa con Enrichetta, per dirne uno soltanto. E sono morti invano gli antifascisti e i resistenti. Gobetti avrebbe potuto passare la vita tra i libri, a Parigi, senza farsi massacrare dalle botte delle squadracce. Gramsci forse avrebbe avuto buona salute in Russia, oppure a Vienna, intento a inventarsi le favole per il figlio. Matteotti poteva tacere: si sarebbe salvato; il fascismo ha vinto lo stesso. I condannati a morte della resistenza, i martiri di Bassano appesi agli alberi hanno dato la vita per l’italia di stradacquanio e mastella, scilipoti e lele mora. Sono morti invano. Tutti. E’ morto invano Moro, lui con la sua scorta, e per nulla sono morti Chinnici e Cassarà. Sono morti, mentre i pregiudicati diventano ministri e sottosegretari.
I morti di Reggio Emilia potrebbero essere ancora vivi, in pensione, a Reggio Emilia. Coltiverebbero le zucchine e i ravanelli. Non è servito a niente farsi sparare. Non vedo nulla da celebrare in questo centocinquantesimo anniversario, se non la buona fede e il coraggio di quelli che hanno perso, credendo nella possibilità di un paese decente. Non festeggio questo paese, perchè non è il mio paese. Semmai festeggio i pazzi. Il mio paese, se esiste, è quello che non è mai stato. Non l’eterno paese di giolitti e dei capibastone, non quello littorio delle aquile di cartone nè la palude andreottiana. Non mi appartengono la milano socialista da bere nè i laboratori politici. La fogna del berlusconismo è l’italia di sempre. Un non paese fatto di non cittadini. E no, non mi piace Gaber. Non mi è mai piaciuto.

Mar 22
le cose fioriscono
icon1 paolo | icon2 family room | icon4 03 22nd, 2011| icon3No Comments »

Il ruotare dell’aeroplano sulla giostra, il nostro afferrare in due la leva. Spariamo al rosso, al giallo, dai. Abbiamo vinto, papà. Siamo stati forti, vero papà? E allora è primavera. E’ davvero primavera.

Ci sono i fiori nelle bancarelle. Ci sono le luci che illuminano le mani, mentre imbrunisce. Le mani che ripongono erbe e sementi, smontano banconi e tende. Ci sono i tulipani.

Ci siamo noi e ci sono io. La mano calda e piccola nella mia. Sì, siamo stati davvero forti.

Mar 9

Ripongo l’ultimo libro di Roth, Nemesi. Ancora un libro breve, 180 pagine che si leggono in un giorno, basta la complicità sferragliante di un viaggio in treno.

E’ il Roth recente, quello delle domande cruciali sparate in faccia.

Cosa resta dell’idea di un dio onnipotente e benevolo quando la morte arriva e si abbatte all’improvviso sui più innocenti, su quelli che non hanno colpa?

Quale può essere il senso di ogni esistenza, di fronte allo scandalo dell’irreparabile che puo’ giungere in un attimo, inaspettato, improvviso, silenzioso?

Cosa significa vivere un’esistenza con dignità?

Mi verrebbe da dire che “Nemesi”  è un tipico libro di Roth. Bellissimo, quindi. Come sempre, con una prima parte talmente intensa da risultare quasi intollerabile. Con un successivo sviluppo affrettato e un finale che lascia con un senso di incompiuto negli occhi. C’è persino la voce narrante che si prende la briga di tracciare una specie di spiegazione, di morale o contromorale, in pagine probabilmente inutili. Un marchio di fabbrica, direi. Come se l’autore avesse dato tutto in quell’inizio monumentale, enorme.

Bucky Cantor è un personaggio indimenticabile, tratteggiato in maniera sublime. Ho pensato a Martin Eden. La Newark equatoriale stremata dal sole e straziata dal male delle prime 90 pagine è il luogo della letteratura che sa raccontare. Delle parole che sanno narrare, della carta che ti brucia le dita e ti lascia con gli occhi bagnati. Bucky il giusto e il suo naufragio. La rabbia impotente contro il dio malvagio, depravato, che pure gli afflitti adorano, mentre i loro cari innocenti muoiono nel fiore degli anni, senza un perchè. Bucky che viene meno a se stesso per amore, e non si salva malgrado l’amore.

La domanda, ripetuta. La stessa della pagina più abissale del Gadda della cognizione: Perchè? Perchè?

E poi, ci sono i commenti della stampa italiana. Che raccontano dell’italia moltissimo, senza volerlo.

Come quell’articolo del “Sole 24 ore” o quello di “Repubblica” in cui i giornalisti definiscono Bucky Cantor un personaggio integro ma sostanzialmente poco intelligente. E Roth che risponde “Davvero lo pensa?”.

Perchè Bucky non è poco intelligente. Un italiano, sia pure di Repubblica o del Sole, può trovarlo poco furbo. E dove furbizia significa intelligenza, lì sventola il tricolore.

Mentre ripongo il libro accanto agli altri, riguardo la bella foto della copertina, con il ragazzo dalla maglia a righe che lancia la palla nel mezzo di un bianco abbacinante. Una traiettoria congelata per sempre in un punto. Il braccio alzato nel gesto del lancio. Verso chi guarda. E la palla che non arriva, che non afferreremo, che resta lì, a riempire almeno un piccolo punto di quel bianco insensato che ci sovrasta.

Prendo il libro, lo ripongo tra quelli che amo.

Mar 5

La manifestazione di piazza a Baghdad sembra una delle nostre. Un po’ di gente da una parte, cartelli e slogan. I celerini dall’altra, una fila orizzontale con scudi e manganello. Poi noti la scritta su quegli scudi: su tutti è scritto “police“. E il senso traballante di un mondo in cui anche ciò che è serio, finanche drammatico, ha una nota grottesca, ti si impone nel profondo degli occhi.
Al Jazeera, ieri sera.

Il prossimo treno si preannuncia all’insegna del nuovo “Nemesi” di Roth (ma quanto scrive, Roth?). Spero solo non faccia come al solito: partenza sublime e poi a calare, con tanto di finale che lascia un senso di incompletezza, di insoddisfazione.
Ieri sera ho annotato una frase che chiude una lettera della Weil. L’ho riletta tre volte e poi l’ho trascritta: “Perchè per gli altri in qualche modo io non esisto, sono color foglia morta, come certi insetti“. Poi ho spento la luce.

Oggi il carnevale ha il sapore dello zucchero filato e delle crepes alla nutella. Con nugoli di bimbi mascherati sparpagliati tra gli spazi immensi di un centro giovanile d’altri tempi, che sembra uscito da un racconto di Guareschi. Nel freddo, respiro un po’ di questa atmosfera retrò: mi piace. Mi piacciono i tanti spiderman, le decine di principesse, gli sparuti leoncini o draghetti o le api (alcuni travestimenti sono inevitabile appannaggio dei minuscoli, inconsapevoli). Ci sono mamme e papà che ostentano scioltezza e a fine serata hanno l’aria distrutta dei reduci. La stessa che ho io, temo. Ma non me ne dispiaccio.

 

Mar 4
il lungo giorno comincia
icon1 paolo | icon2 luce | icon4 03 4th, 2011| icon3No Comments »

e tutto quello che scivola attorno si muove con lentezza. Gli abbracci morbidi e le fatiche minime. Tutte le parole trattenute nel respiro e il calore che inalo e custodisco nella macchia calda del letto. Il paese livido che non è il mio. Il sole che mi soffia in faccia e mi porta nelle palpebre abbassate colori in arrivo sui prati. Pause caffè o the’ oppure di sole parole. Il desiderio di cucinare biscotti. Telefonate e mail di finto lavoro. L’incertezza per domani, ma domani chissà. Isolarsi dalle radio che idiotizzano o fanno cinici, secchi dentro. Guardare krishna e la croce, e pascal che gioca a dadi dopo averli truccati. I token ticchettano e si desincronizzano. Le operatrici dei call-center di ditte milanesi parlano in sardo e pensi che hanno quell’incanto la’ fuori e sono lì dentro. E vorresti dir loro: fuori tutti. Amo il terrazzino un metro per tre con il rosmarino che annaspa ma ancora vive, malgrado il freddo pungente. Lo cimo con delicatezza, sarà aroma di una nuova focaccia. I giochi su cui inciampo imprecando. Zorro con il braccio rotto e il pensiero di quale sarà la colla giusta da usare. Le tasche senza soldi. I francobolli ritagliati da amici e parenti. I capelli bianchi e il giornale di ieri ancora da leggere. Il giorno scorre, oppure non è mai cominciato, o forse ho vissuto già tutta una vita.

Mar 3
con le mie dita
icon1 paolo | icon2 luce | icon4 03 3rd, 2011| icon3No Comments »

Il pane che oggi spezzo lo hanno fatto le mie dita. Il sorriso dei bimbi qui attorno l’ho provocato con una parola e un gesto. Due buchi sul muro, un filo teso a sostenere una tenda. Polvere e rumore premiati da un bacio leggero. Eccomi qui, con gli occhi che non mettono a fuoco, a cercare di trattenere il bene che mi scalda. Fuori è freddo, non importa. Lascio scivolare gli occhi sulle parole che rimano e mi appiccicano i pensieri.

Mar 2

Rileggo qualcosa di vivo, per non sentire il fango di questo paese miserabile salire fino a sommergere. Rileggo quell’ultimo capitolo di “una questione privata” che mi lascia ogni volta senza fiato, dopo la corsa con Milton, assieme con lui, tra le pallottole. Verso la casa di Fulvia. Fulvia. Il nome della prima autovettura di mio padre di cui io abbia ricordo.
Una fulvia bianca, con un odore acre di cuoio e sigaretta.
E poi, non sono sazio di fuga. La poesia di Dylan Thomas che cerco goffamente di tradurre è vita anch’essa. E anche le lettere di Simone Weil sono vita, sia pure appesa ai bracci di una croce.
E fuori non c’è italia. Solo notte, e le poche luci sparse sui fianchi dei monti.

Mar 1

Simone Weil nei Quaderni: “Il nostro peccato consiste nel voler essere, e il nostro castigo è credere di essere. L’espiazione sta nel non voler più essere; la salvezza nel vedere che non siamo”.

In qualche modo, questa è un’annotazione decisiva. In altri termini: questa frase, nella sua icasticità, tocca un punto che è realmente importante. Gira attorno all’inesprimibile, delimitandone i bordi.