Forse è il caso di dirlo che in tanti sono morti invano, in italia. Quelli del risorgimento sono morti invano. Pisacane avrebbe potuto metter su casa con Enrichetta, per dirne uno soltanto. E sono morti invano gli antifascisti e i resistenti. Gobetti avrebbe potuto passare la vita tra i libri, a Parigi, senza farsi massacrare dalle botte delle squadracce. Gramsci forse avrebbe avuto buona salute in Russia, oppure a Vienna, intento a inventarsi le favole per il figlio. Matteotti poteva tacere: si sarebbe salvato; il fascismo ha vinto lo stesso. I condannati a morte della resistenza, i martiri di Bassano appesi agli alberi hanno dato la vita per l’italia di stradacquanio e mastella, scilipoti e lele mora. Sono morti invano. Tutti. E’ morto invano Moro, lui con la sua scorta, e per nulla sono morti Chinnici e Cassarà. Sono morti, mentre i pregiudicati diventano ministri e sottosegretari.
I morti di Reggio Emilia potrebbero essere ancora vivi, in pensione, a Reggio Emilia. Coltiverebbero le zucchine e i ravanelli. Non è servito a niente farsi sparare. Non vedo nulla da celebrare in questo centocinquantesimo anniversario, se non la buona fede e il coraggio di quelli che hanno perso, credendo nella possibilità di un paese decente. Non festeggio questo paese, perchè non è il mio paese. Semmai festeggio i pazzi. Il mio paese, se esiste, è quello che non è mai stato. Non l’eterno paese di giolitti e dei capibastone, non quello littorio delle aquile di cartone nè la palude andreottiana. Non mi appartengono la milano socialista da bere nè i laboratori politici. La fogna del berlusconismo è l’italia di sempre. Un non paese fatto di non cittadini. E no, non mi piace Gaber. Non mi è mai piaciuto.