L’altra volta era nel prato di sotto. Ora l’erba è più alta, mi sorprendo a pensare. Allora come ora c’era Ettore da qualche parte. Quella volta tirò un pugno alla bara, è la cosa che ricordo meglio di tutte. Ora non ha più i capelli e stringe qualche mano, anche la mia. Quasi tutti entrano e allungano le dita a toccare il legno, dalla parte della testa. Impossibile raggiungere il volto, ma tutti toccano quello stesso punto. Lo noto gettando lo sguardo di lato, e mi fa tenerezza.
Come l’altra volta, alcuni parlano a raffica, senza senso. Tanti altri, zitti, cercano nelle tasche una scusa per gettare lo sguardo al suolo.
Ora, come allora, ho calpestato per sbaglio qualche cumulo di terra. I morti non me ne vorranno.
Si torna indietro e i colori dell’autunno sono i colori dell’autunno e le mani sono fredde e ti vergogni di stringerne altre e le tieni nelle tasche che non scaldano nulla. Prepari caffè e bevi caffè. Molti, meccanicamente. Ci sono sempre caffè nei lutti. Tranquillanti e caffè. Immancabilmente. L’aria è sottile, ti scivola dentro senza appiccicarsi e regala nei polmoni un incontro brevissimo di legna e fuoco. Sembrano giorni e sono lustri. Ora come allora. Oggi peggio di allora.
Guardo la macchia sugli autobloccanti che è stata un tempo un corpo. Nemmeno giorni di idranti e stracci e varechina sono bastati a sbiadirla del tutto. Resta negli occhi. Quella sagoma comparirà ogni volta, è certo. Come l’inchiostro simpatico (che bel nome, inchiostro simpatico,da bambino mi faceva impazzire) che sembra non esserci e poi basta un poco di calore e riaffiora, sempre. E’ poca cosa, l’inchiostro simpatico. Latte, oppure limone. Eppure il segno con quello tracciato rimane lì, esattamente lì.