Oct 25

Interessarsi di nuovo ai cartoni e alle biro. Il vinavil. Maneggiare pennarelli e smontare schede e cavetti. Saldare. Leggere i depliant. Fare il letto e lasciare in disordine gli abiti. Togliere foglie secche dai vasi. Cercare di non pensare. Muoversi. A tentoni muoversi. Vivere il quotidiano. Vivere il quotidiano. Frenare l’ansia. Preoccuparsi, ma tradurre la preoccupazione in fare, se e dove si può. Fidarsi, fidarsi, ripeterselo a mente. Fingere di avere un lavoro e che serva a qualcuno. Guardare i volti degli altri sul treno. Ascoltare i dischi belli e buttare via quelli brutti. Leggere libri di viaggi e avventura, e anche quelli d’amore. Mangiare il panino un poco più lento. Camminare. Camminare.

Oct 21

Ho ascoltato swanlights, ho letto foster wallace. Cuffia nelle orecchie in treno. Mi sono uscite anche delle lacrime, tanto la signora di fronte stava facendo un cruciverba e non gliene poteva fregare di meno. La musica e i libri alludono, talvolta, a una forma di simpatia. Intuisci che chi suona o scrive ha provato qualcosa di simile alla tua esperienza del mondo! E questo, sì, è il momento del miracolo.
Non c’è notte in cui io non mi sia immaginato in una trincea. E’ il mio costante rifugio notturno. Non di giorno. Lì dalle trincee esci. Con le forbici in mano, senza nemmeno strisciare, come in uomini contro. La mia trincea di questa notte è la 1010. Le mie trincee hanno un numero. Due fili di reticolato di fronte. Il secondo, stanotte, ha tenuto fino alle 4. E poi sono uscito, con la luce, e nemmeno le mani alzate.

Oct 21

Where everything is bad
it must be good
to know the worst

Oct 20

Persino nella filastrocca in rima di un bambino puoi scorgere i segni del futuro. Puoi? E’ lecito ora leggere le rime così?
Ma se c’era già in nuce tutto a undici anni, dove risiede la nostra liberà volontà da adulti, di cui andiamo così fieri? Non siamo forse automi programmati, creature di latta con la chiavetta nel fiaco che gira, fino a che la molla ritorna in quiete?
So cosa vuol dire passare notti intere a dimenarsi sull’orlo del buco nero. Le forze mareali del buio che ti staccano la carne dalle ossa, e senti che non rimarrà nulla fuori dall’orizzonte degli eventi, la mattina.
E invece, all’alba ci sei ancora. Ci sei ancora.

Oct 19

Il paese delle ombre si sostituisce all’altro. Ecco come funziona: i personaggi, lentamente,  vengono presi e spostati in un altro scenario. Li ritrovi, a uno a uno, nell’altro teatro, all’interno del tuo cranio. Qualche volta ti stupisci di ritrovarteli lì.
Non li incontri per la strada, non li saluti con un cenno della mano. No, ad un tratto passano nella tua testa.
Li frequenti soprattutto di notte. Da sveglio, ma di notte. Il teatro si riempie. Almeno fino al momento del termine delle rappresentazioni. La differenza. se vuoi, è che non c’è un sipario.

Oct 18

Attendo la luce del giorno. Attendo di scoprire quale volto avrà il giorno. La macchia del mio corpo sul lenzuolo non trasmette alcun calore. Basta che io mi cacci fuori letto anche per pochi istanti – il tempo di una rapida sosta in bagno, diciamo – e al mio ritorno, l’ombra è fredda. Nessuna traccia del mio corpo in qualche modo vivo, e disteso, prima.
Ma se mi sposto verso l’altro lato del giaciglio, verso il margine non mio, allora tutto è differente.
Anche dopo molti minuti, dopo una colazione e la doccia e un lungo rimanere nel bagno, dopo tutto questo, lì rimane calore, che si alza dalla macchia, e profumo buono.

Oct 17
i buchi neri
icon1 admin | icon2 cronache dal buio | icon4 10 17th, 2010| icon3No Comments »

Il buco nero non ti attrae subito nel centro. No, stabilisce un rapporto. I buchi neri sono sistemi binari. Questo è da tenere sempre a mente.
Tu resti lì, ad orbitare attorno al loro centro (hanno un vero centro?), che diventa presto il tuo baricentro.
Ad ogni rivoluzione, il buco nero ti sottrae qualcosa. Ma lo fa con lentezza.
Succhiando energia, che scivola e poi accelera verso l’orizzonte degli eventi. Così il buco nero cresce. E tu rimpicciolisci, poco a poco, come masso, come materia amorfa orbitante nello spazio, e che si disfa.
Lentamente, si disfa e viene ceduta al buio.

Oct 13

L’altra volta era nel prato di sotto. Ora l’erba è più alta, mi sorprendo a pensare. Allora come ora c’era Ettore da qualche parte. Quella volta tirò un pugno alla bara, è la cosa che ricordo meglio di tutte. Ora non ha più i capelli e stringe qualche mano, anche la mia. Quasi tutti entrano e allungano le dita a toccare il legno, dalla parte della testa. Impossibile raggiungere il volto, ma tutti toccano quello stesso punto. Lo noto gettando lo sguardo di lato, e mi fa tenerezza.
Come l’altra volta, alcuni parlano a raffica, senza senso. Tanti altri, zitti, cercano nelle tasche una scusa per gettare lo sguardo al suolo.
Ora, come allora, ho calpestato per sbaglio qualche cumulo di terra. I morti non me ne vorranno.
Si torna indietro e i colori dell’autunno sono i colori dell’autunno e le mani sono fredde e ti vergogni di stringerne altre e le tieni nelle tasche che non scaldano nulla. Prepari caffè e bevi caffè. Molti, meccanicamente. Ci sono sempre caffè nei lutti.  Tranquillanti e caffè. Immancabilmente. L’aria è sottile, ti scivola dentro senza appiccicarsi e regala nei polmoni un incontro brevissimo di legna e fuoco. Sembrano giorni e sono lustri. Ora come allora. Oggi peggio di allora.
Guardo la macchia sugli autobloccanti che è stata un tempo un corpo. Nemmeno giorni di idranti e stracci e varechina sono bastati a sbiadirla del tutto. Resta negli occhi. Quella sagoma comparirà ogni volta, è certo. Come l’inchiostro simpatico (che bel nome, inchiostro simpatico,da bambino mi faceva impazzire) che sembra non esserci e poi basta un poco di calore e riaffiora, sempre. E’ poca cosa, l’inchiostro simpatico. Latte, oppure limone. Eppure il segno con quello tracciato rimane lì, esattamente lì.

Oct 11
9.81 m/s*s
icon1 admin | icon2 cronache dal buio | icon4 10 11th, 2010| icon3No Comments »

Non mi attendo revisioni contabili delle mie ansie. Non credo farò poi molto, se non avvertire i miei soliti crampi, e forse vegliare, ancora vegliare. Prendo un cracker in cucina e lo sgranocchio. Tutto simile al tutto di ieri. Non conosco le ragioni. Non avrei potuto farci nulla, penso e non dico. Non hai alzato la voce nemmeno prendendo a sprangate il tuo mondo. Ti lascio cadere anche nei pensieri di ieri, di oggi, abbandonato a occhi chiusi alla gravità, senza che muscolo opponga resistenza, oppure tentando il salto, verso l’alto per un secondo, prima di piegare verso terra. O forse cercando la parabola, quasi ad attenderti ci fosse l’acqua, da dove sei uscito. Non capisco, e tutto piega verso l’interno. La terra oggi è fredda, e scricchia sorda sotto la suola di gomma delle mie scarpe nuove da 12 euro. Spingo con quelle un mucchietto di sassi verso il bordo del marciapiede. Le cose continuano lo stesso, per il resto, anche se per pochi non è più lo stesso. Non lo sarà domani. C’è terra nel profilo delle mie scarpe.