Quante frasi sono rimaste sepolte nel taccuino e da lì non usciranno mai. Oggi scrivo qui, invece, dal buio di un mezzogiorno di sole, conficcato nel centro di una città luminosa, e terribile. Che mi punisce per averla affollata ad agosto, infliggendomi i ritorni serali all’orrore delle periferie, non più pasoliniane. Lo sono mai state?
Il pane acquistato al centro commerciale. Messaggi sms, attesi, che arrivano e mi parlano di passeggiate, chiacchiere e cappuccini. Di una qualche felicità, dunque. E io sono piantato nel buio, con i fantasmi che si sono fatti incubi nelle brevi ore di un sonno agitato. Questa notte ho sognato di un abbandono. I denti nella mia bocca si staccavano uno a uno, assieme a pezzi di costruzioni lego.
Oggi inserisco e tolgo dati pigiando forte su di una tastiera. Guardo l’albero fuori dalla finestra. Rispondo a telefonate sentendomi un altro. Ma chi, precisamente chi? Per non perdere, per non perdermi, dovrei saper scrivere della luce, del giorno. Eppure, quando guardo la macchina fotografica e provo a sorridere, il risultato è inevitabilmente grottesco. Ho imparato che solo guardando con il mio sguardo spento, invariabilmente malinconico e grigio, le foto, forse, assomigliano a quel qualcosa che sono e non vorrei essere. Apro la sacca, mi accingo a consumare un panino.