Mi predispongo a una partenza. Anche il simbolismo vuole la sua parte: recupero uno zaino scalcagnato dell’infanzia boyscout e ci ficco dentro in disordine quattro cose come capita. Immagino gli schizzi del mare. Nella mia mente sono già il conrad dei traghetti tirrenia. Pregusto lo stacco dal computer, ma metto in borsa blocco note e fogli. Il portamine verde, quello di tutti i viaggi. Quello della birra amara e dei vaneyck di fiandra, delle note amare dei pub del connemara, dei cantieri di berlino. Ho orari in testa, sparpagliati, e la testa che mi gira. Saranno le pastiglie per dormire. Mi guardo intorno e penso alla mia estate. Anzi, non penso, grazie alle pastiglie. Recupero una maschera, una pinna scompagnata. Ma quando mai le avro’ comprate, io che nuoto a malapena? O e’ sempre stata una e magari l’ho raccolta in qualche punto di una spiaggia? Ma il numero e’ il mio. Se qualcuno ha fatto naufragio, era qualcuno con i piedi come i miei. I miei ridicoli piedi ossuti mi accompagneranno anche stavolta, di sasso in sasso. Ma avro’ lo zaino in spalla, non un trolley, come uno di quei turisti di brema o di norrköping che incontri spesso sulla strada. Loro non sanno la strada e neppure te la chiedono. Vanno avanti cosi’, stupendosi del sole. Il cambio di biancheria e’ pronto nella borsa, odora di sapone.