Mar 5

“Non solo non avevo mai aderito a una qualunque credenza religiosa, ma non ne avevo nemmeno mai considerato la possibilità. Per me, le cose erano esattamente ciò che sembravano essere: l’uomo era una specie animale, discesa da altre specie animali con un processo di evoluzione tortuoso e penoso; era composto di materia configurata in organi, e dopo la sua morte tali organi si decomponevano, trasformandosi in molecole più semplici; non rimaneva alcuna traccia di attività cerebrale, di pensiero, né ovviamente qualcosa che potesse essere assimilato a uno spirito o a un’anima. Il mio ateismo era così monolitico, così radicale che non ero mai nemmeno riuscito a prendere totalmente sul serio quegli argomenti. Durante gli anni di liceo, quando discutevo con un cristiano, un musulmano o un ebreo, avevo sempre avuto la sensazione che la loro fede fosse da prendere in certo qual modo con le molle; che non credessero ovviamente in senso proprio alla realtà dei dogmi esposti, ma che si trattasse di un segno di riconoscimento, di una sorta di parola d’ordine per avere accesso alla comunità dei credenti – un po’ come avrebbero potuto fare la grunge music o Doom per gli amanti di tale gioco. La serietà pesante che talvolta mettevano nei dibattiti fra posizioni teologiche egualmente assurde sembrava contrastare questa ipotesi; ma, in fondo, lo stesso si poteva dire dei veri amanti di un gioco: per un giocatore di scacchi o un partecipante davvero coinvolto in un gioco di ruolo, lo spazio fittizio del gioco è una cosa del tutto seria, si può persino dire che per lui non esista nient’altro, durante il gioco perlomeno.”

Michel Houellebecq, da La possibilità di un’isola, traduzione di Fabrizio Ascari