Finchè quella donna del Rijksmuseum
nel silenzio dipinto e in raccoglimento
giorno dopo giorno versa
il latte dalla brocca nella scodella,
il Mondo non merita
la fine del mondo
Mi accorgo di aver smarrito il filo delle parole, di non riuscire più ad armeggiare coi discorsi, se non pasticciando frasi banali. E forse non è un male, dopo tutto. La sera, nella stanchezza del rifiuto in cui dimoro, ho occhi per le immagini di altri. Gli scatti dei fotografi dell’FSA mi si appiccicano agli occhi. Non riesco a uscirne. Ne sono ossessionato, a tratti. Le foto nella metro di Evans. Le foto dei volti nella metro. I bambini cubani che dormono sul sagrato. Le carte appese sui muri. Strade vuote e fili, e il sole bianco e le ombre nere. Meridiani di spigoli e paralleli di assi sconnesse. Domani ci sarà domani. Ho chiesto anch’io con il tetro facebook la Bacchelli per Cappello. Non sapevo stesse così male.

Washstand in the dog run and kitchen of Floyd Burroughs' cabin. Walker Evans, 1935
Mi piacerebbe di me dimenticarmi,
e camminare, e respirare per te,
essere come i ragazzi che quando li prende il sole
si lasciano seminare dove lui vuole,
e mai ritrovarsi, e non più capire di me stesso,
ma essere gioioso dell’aria che mi attira
là dove la vita si pensa vivere.
Franco Loi – Me piasaríss de mí desmentegâss
…
Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.
E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.
da Parole Povere di Pierluigi Cappello
Luci fioche ombreggiano stazioni incustodite
neon balbettanti spingono nel vuoto il vuoto
e soffiano respiro nei contorni bruschi delle nostre vite:
ansie di estasi, abbandoni, mantra pendolari, om e loto.
Caravelle sparse verso mondi inesplorati
vagoni incatenati l’uno all’altro, plastiche sbeccate
dimensioni inaudite, filosofie sublimi, amor fati
apparenze di sollievi prese a nolo e poi pagate a rate.
Capolinea il desiderio sul sedile, affrettandoti alla porta
le chiavi, senti?, pulsano metalliche sul fondo della tasca
Muore il cigolio della frenata e il suo arrestare è ciò che importa
Nulla è più irreale della memoria del tuo prima
un attimo che è stato, luminescenza antica di minuzie
il tuo smarrirti in piedi, e nella cruna ingarbugliata non infilar la cima.
Ma se non ci fosse il cielo diurno o quello
stellante cielo se. Come bruchi
noi allora, come fiori schiacciati
nei libri.