Il sasso che tiene ferma la porta è stato rimosso, e quella sbatte, spinta dal vento. E’ svanito il conforto di un paese in sè orrendo, eppure rifugio nella mia mente, e spesso porto accogliente. Clic, cancellato.
Pare che io debba rilassarmi. Tornare a emozionarmi per gli utensili del Lidl. Ma non trovo consolazione negli oggetti, che pure mi guardano da presso.
Siamo tanti in fuga, lo capisco leggendo qua e là; almeno questo è un pensiero che conforta. In tanti si consolano scrivendo di non luoghi: imperi caduti, stati inesistenti. Qualcosa come un’amnesia del passato, da ricreare in un presente altro. Risvegliandosi senza passato in un posto conosciuto malamente nell’infanzia, e ancora da esplorare.
Sento nettamente la mia condanna alla memoria lenta, all’analisi di ogni istante. Il mio è un perdurare, momentaneo ma lentissimo, in un passato che ritorna ad ogni momento presente. Sono le notti di rimescolio, reminiscenza. La cassettiera con gli scomparti, i tasselli che scorrono e si incastrano. Rovesciando Sylvia Plath, sono orizzontale, vorrei essere verticale.
La musica salva davvero la vita. C’è sempre, sempre una canzone che esprime qualcosa di simile al tuo sentire, nell’istante in cui ascolti. Se non c’è è perchè non hai sentito abbastanza musica. Questa comunanza è conforto. Una specie di miracolo che si rinnova. E’ pur sempre qualcosa.